domenica 16 agosto 2020

lockdown quanto mi costi

Stiamo attraversando un periodo davvero strano, impensabile. Mai e poi mai avrei potuto immaginare uno scenario così sconvolgente. E' qualcosa che riesce ad andare addirittura oltre le Torri Gemelle. Questo Covid ha cambiato completamente ogni concetto di relazione. Non ci si da più la mano, sembra poco ma pensateci, è un gesto così normale e quotidiano, una cosa forse molto italiana, e ora è stato spazzato via. Devo andare in giro con la mascherina che, oltre a soffocarmi, mi appanna le lenti degli occhiali. Quindi se respiro non vedo, se voglio vedere devo viaggiare in apnea.
Lavoro da casa e quando vado in ufficio devo passare da un termoscanner che una mattina mi ha sgridato con quel suo tono falsamente gentile, perché avevo la mascherina abbassata.
E i morti. Migliaia di vittime in Italia e in generale in tutto il mondo. Particolarmente colpita è stata la "mia" valle, la Val Seriana. Mentre scrivo mi guardo intorno, sono sul balcone della mia casa a Dorga, in alta Val Seriana, il sole sta tramontando, colora di rosa le nuvole sopra le montagne, disegna profili che annaffiano il cuore di serenità. E mi rendo conto di quanto sia splendida questa terra e di quanto io sia ne sia profondamente legato.
Ma questo lockdown con sé ha portato anche altre catastrofi, di minor peso certo, ma ha altri strascichi fastidiosi.
Prendete due parole. Carta di credito e Amazon.
Ora aggiungeteci il verbo scoprire.
Fatto? Bene, adesso, per finire, per chiudere il cerchio tenete a mente questo nome proprio di persona : LaSimo.
Mescolate il tutto come un mazziere giamaicano impazzito ed ottenete un risultato da far tremare i polsi e le facce dei presidenti sul monte Rushmore.  LaSimo ha scoperto che per acquistare quello che vuole su internet, ed in particolare con Amazon, le basta la carta di credito. Ricapitolando, Internet ce l'ha, la carta di credito pure...
E fu così che in casa Gorgi iniziarono ad arrivare pacchi su pacchi. Il citofono arroventato dalle chiamate dei fattorini di Amazon che mi guarda con occhi imploranti. Lei invece che mi guarda con falsa sorpresa : "Ma chi sarà ?"
Io che dal basso della mia ingenuità rispondo : Amazon...
Lei allora, sempre più faccino da bimba che non sa neanche dove si trova, dice : "Ma cosa sarà stavolta ?".
Io che con calma olimpica chiedo : "ma tu cosa hai ordinato ? perchè io non aspetto nulla..."
Allora lei, serafica : "Boh...non mi ricordo, forse un deumidificatore, o una poltronicina ergonomica, o forse era un set di coltelli da lancio...dai Davide, non mi ricordo, era qualcosa in offerta, abbiamo risparmiato...".

Boh, se lo dice lei, io mi fido.
E comunque se è per far girare l'economia, se è per il bene del Paese, ma sì, spendiamoli sti quattro soldi.
Oh nel mio piccolo faccio il mio. Ora non resta che far uscire un vaccino per sto Covid e tutto tornerà alla normalità. Tranne il mio già sconsolato conto in banca, per quello non c'è cura che tenga.


lunedì 13 aprile 2020

Ma non doveva essere nana?

Qualche mese fa, su fortissime insistenze di Gaia «ti prego ti prego ti prego»,  abbiamo adottato, perché gli animali non si comprano, si adottano, un coniglietto. Pare sia più bello dire così. Certamente si tratta di un verbo che elimina il concetto di possesso, o per lo meno lo attutisce molto per dare enfasi a quello che tra uomini e animali spesso si tramuta in un bel rapporto di affetti e di compagnia reciproca.
Un coniglio ariete nano, per essere precisi. Perché un coniglio?
Un cane sarebbe stato troppo impegnativo, portarlo fuori tre o quattro volte al giorno. Col caldo e col freddo. In salute e in malattia. In ricchezza e povertà. Perché in fondo avere in casa un animale é un po' come sposarsi. No, un attimo, lasciate che mi spieghi. Non che le mogli o i mariti siano degli animali, anche se delle volte...io intendo che non è obbligatorio sposarsi o avere degli animali in casa, ma se si decide di fare il passo, allora lo si deve fare fino in fondo. Con serietà e impegno. E ovviamente con amore. Se no lasciate perdere.
Un gatto sarebbe stato un alternativa valida al cane ma l'idea delle sue unghie su divano, sedie, tavolo, poltrone. No. Non che io sia un patito della perfezione asettica di un appartamento anzi, una casa viva é proprio quella in cui il divano é un po' sfondato esattamente con le forme del mio sedere nel mio angolino preferito. Le gambe del tavolo hanno qualche sbucciatura tipo ginocchia dei monelli di strada di tanti anni fa, quando ancora c'erano quelle figure ormai leggendarie. Sostituite ai giorni nostri dall'homus technologicus. Ginocchia sane, pollici martoriati.
Ma torniamo al mio coniglietto. Iniziamo dal nome di battesimo: Trilly.
Che sarebbe stata una convivenza difficile doveva già essere chiaro quando le ragazze mi hanno dato l'indirizzo dell'allevamento dove saremmo dovuti andare a prenderla. In Trentino ed esattamente in un paesino della Val di Non. E certo. Per noi che viviamo alle porte di Milano, la scelta del Trentino é sicuramente la prima che viene in mente anche a voi, no?
Era un batuffolo fulvo di una dolcezza commovente, stava quasi nel palmo di una mano. E in effetti è quello che ci si aspetta dalla sua razza : ariete nano, é giusto che siano piccoli. Ma poi, mentre ragionavo su nomi e dimensioni, l'occhio mi é scappato verso una gabbia accanto e ho visto un coniglio che mi è parso un Golia. Con tutta la mia proverbiale ingenuità ho chiesto all'allevatore :«Ah, vedo che avete anche altre razze. Questi sono più grandi».
Lui mi ha guardato con un sorriso compassionevole e mi risponde:«No, quella è la mamma».
Allora, io non sono un genio ma di genetica una cosa la so, perché era quello che ci dicevamo da ragazzi quando ci piaceva una ragazza.
«Scopri com'è sua madre e saprai come diventerà lei tra 20 o 30 anni».
Mi stavo portando a casa Godzilla.
In questi mesi è cresciuta, si è allungata ma è rimasta dolcissima come il primo giorno. Un morbido peluche. Non si può non volerle bene. E passi che è ghiotta dei miei libri. Come me del resto, entrambi "li divoriamo".
E passi che essendo un animale notturno mi tiene sveglio con il rumore dei suoi passetti, con il raschiare delle sue sciabole, altro che unghie, su ogni superficie che possa far stridere. E passi che si é sgranocchiata l'album del matrimonio. Come dici ? canta che ti passa ? certo, lo farei. Se avessi ancora il mio stereo. Ma il caro esserino si è mangiata anche i cavi dello stereo. Lasciandomi senza musica in casa.
Passi tutto. Ma quando si è pure mangiata gli orli dei miei jeans nuovi...beh, devo essere sincero, per qualche secondo me la sono immaginata al forno con le patate.
Ma poi passa, e si perdona, come si perdona un figlio piccolo che coi pennarelli vi ha rifatto a modo suo una parete in camera da letto.
Entrambi innocenti. Che, quando li sgridate, vi guardano con lo stesso sguardo che dice «Non sono stata io. Quando sono arrivata era già così».
E allora cosa devo fare ? Niente, in effetti erano anni che non avevo un paio nuovo di jeans corti per l'estate.


domenica 22 marzo 2020

Quando ho detto che il 2020 per me sarebbe stato un anno difficile, mai avrei immaginato tutto questo.
E' sconvolgente quello che ci sta capitando, neanche negli incubi peggiori.
Barricati in casa ad attendere che questo maledetto nemico invisibile, che sta facendo strage in tutto il mondo, si stanchi e così com'è comparso nel nostro pianeta, se ne vada.
Non riesco più a guardare il telegiornale, quando accendo la televisione guardo solo qui programmi tipo "Vado a vivere in minicase" o "La mia casa sull'albero" o "Ingeneria impossibile".

Oppure guardo qualche film su Amazon, e basta.

Aspetto, come tanti di noi, aspetto che arrivi la buona notizia.
La scoperta della cura che cancelli la paura, come un cancellino magico su una lavagna che segna il numero deimalati. Quello dei caduti putroppo non lo potrà cancellare niente e nessuno.
Le notizie poi sono troppe, a volte contraddittorie, non ci si sta dietro.
Non dico che la soluzione sia mettere la testa sotto la sabbia, ma forse staccare per un po' il cervello, smettere di farsi mille domande alle quali tra l'altro io non ho risposta, e per una volta fidarsi di chi ne sa più di noi. I medici, gli scienziati.

Stanno lavorando in tutto il mondo per trovare qualcosa che salvi le nostre vite contro questo virus.

Io sono fiducioso. Io sono ottimista.
Siamo andati sulla luna 50 anni fa. Abbiamo combattuto e vinto contro malattie che fino a qualche decennio fa erano ancora mortali nel 100% dei casi.

E allora, nel frattempo, me ne sto a casa.
Leggo. Guardo Chip&Joanna. Lavoro. E sto con la mia famiglia.

 E aspetto. Guardando fuori dalla finestra ls primavera che è arrivata con le sue foglioline verdi sugli alberi e gli uccellini che cantano come impazziti. di gioia.

Aspettateci, tra poco saremo con voi, là fuori, e canteremo di gioia insieme.


venerdì 27 dicembre 2019

E come direbbe il poeta : E anche questo Natale ce lo siamo tolto dai....

Da quando in casa abbiamo scoperto che Babbo Natale non esiste non è più la stessa cosa.
Manca il pathos. Portos è ubriaco e Aramis è andato a Messa.
Insomma, l'albero c'è. I regali ben impacchettati sotto, pure. Ma sapere che quel maglione non lo ha portato "il babbo natale della nonna", o che non arriverà più il castello dei playmobil, è un duro colpo da mandare giù.

Questo 2019 è stato davvero un anno difficile per me. Troppi momenti brutti.
Facciamo che finisca presto e via con il 2020. Che solo a scriverlo mi mette ansia.
Già, perchè il 2020 non sarà certo un anno come gli altri.
Per me sarà un po' come il 2000. O meglio. Come il 13 marzo del 2000. Uno dei giorni più sconvolgenti della mia (allora ) verde e spensierata vita.
I miei primi 30 anni.

Quindi, se la matematica non è un'opinione, nel 2020 farò i secondi 20 anni della mia vita.
E, sempre come dice il poeta. Saranno cazzi.

Vorrei scrivere di buoni propositi o di grandi obiettivi, ma rimanendo ancorato all'umiltà che mi contraddistingue dico : Stai schiscio e tieni duro. Nessun obiettivo nè grande nè piccolo. tieni solo duro per 365 giorni Ne riparliamo tra un anno.


martedì 21 novembre 2017

La scrittura vive di momenti, di emozioni.
Le emozioni ce le ho, i momenti..beh quelli pure.
E allora perchè non scrivo?
Forse perchè la scrittura è anche, e forse soprattutto, fatta di altro. La scrittura sono le idee, la fantasia, la creatività.
E ovviamente l'ispirazione.
Da cosa nasce l'ispirazione, da dove viene fuori ?
Una volta un pittore mi disse che l'ispirazione non se ne va mai, se l'hai avuta una volta questa  ti rimane.
Allora le cose sono due, o non l'ho mai avuta oppure la mia benedetta ispirazione è in letargo da un po'.
Perchè sarebbe facile dire che è colpa del poco tempo a disposizione, quando scrivevo di tempo ne avevo poco come adesso.
E' forse anche un questione di volontà.
Ecco, quella sì che mi manca. Mi manca la forza di volontà di sedermi al PC, rileggere quello che ho scritto finora del nuovo romanzo, che ormai è diventato vecchio come me per quanto tempo è lì parcheggiato, e ripartire con la storia che avevo in mente.
Perchè mi sono fermato ?
Lo confesso, non so come farlo finire.
Per gli altri romanzi ho sempre saputo come iniziare la storia e dove sarebbe andata a finire.
Sempre.
Ora questa chiarezza non ce l'ho. Forse non serve neanche averla, forse dovrei solo mettermi a scrivere e vedere se sarà la storia a decidere dove andare e non io a decidere per lei.
Boh, magari dovrei fare così.
Provare a fare un po' Stevie Wonder e lasciarmi trasportare fiducioso dal cane guida della fantasia.
Facciamo che ci penso un attimo, va là.


giovedì 24 marzo 2016

Responsabilità



La settimana scorsa mio figlio Lancillotto ha subito un piccolo intervento.
Lo staff medico mi ha rassicurato fin dalla prima visita. “Non si preoccupi. Si tratta di una cosa da poco, una semplice, banale tonsillectomia. Il Professore che opererà suo figlio ne ha praticate migliaia durante la sua ventennale esperienza. È in grado di operare bendato usando solo il piede destro e un coltellino svizzero”.
Detto ciò non potevo che sentirmi decisamente sollevato, anzi, in casa si respirava addirittura un clima di carnevalesca euforia. Mia moglie Ginevra, per l’occasione, si mise a preparare tonnellate di Tiramisù benaugurante, per la gioia del nostro piccolo martire, che di lì a pochi giorni avrebbe fatto un altro passo verso l’età adulta. Un’operazione chirurgica in piena regola. Ciabattine di spugna e anestesia totale comprese.
La mattina dell’operazione salutammo nostro figlio con battute simpatiche e pacche sulle spalle e lo lasciammo alle amorevoli cure delle infermiere, che in pochi attimi lo prepararono per la discesa verso le immacolate sale operatorie.
In effetti, nonostante la certezze del buon esito dell’intervento, non posso nascondere che albergava in me una certa tensione, si trattava sempre del mio unico figlio e saperlo sotto i ferri non mi faceva certo stare sereno come fossi sdraiato sotto il sole agostano a Celle Ligure.
Ma è in questi momenti difficili che si forgia lo spirito delle persone.
L’attesa fu estenuante, dopo aver sgranocchiato le unghie di mia moglie e di due infermiere, le mie le avevo già terminate un minuto dopo aver salutato Lancillotto,  il frutto del mio amore, il mio giovine virgulto venne riportato nella sua stanza.

Ora, devo confessare, io non sono un medico, le mie conoscenze in materia non vanno oltre alla Borocillina quando ho mal di gola e all’aspirina quando ho l’influenza, ma appena visto mio figlio, un lievissimo timore che qualcosa non fosse andato esattamente come nei piani, mi si conficcò malevolo nel cervello.

Anche vedere la pancia scoperta, avvolta da una grossa fasciatura e il relativo drenaggio, alimentarono in me tale sconcerto.

“Lancillotto, come va ? tutto bene ? Hai sentito male ?”
Dopo un attimo di smarrimento e lo sguardo ancora intontito, il piccolo ebbe la forza per rispondermi.
“No papà, non ho sentito niente. Sto bene”.
Rassicurato per le parole e per il tono lucido, seppur sofferente  della risposta, volli fare un passo avanti nella mia indagine.
“Ma Lancillotto, come mai ti hanno fasciato la pancia ?”.
“Papà, il professore mi ha tolto l’appendicite”.
 “Cooooosaaaa? Ma sei sicuro ? e come è successo ?” Non potevo credere alle mie orecchie.
“Non lo so, so solo che il professore mi ha tolto l’appendicite anziché le tonsille”.
Non so voi come vi sareste sentiti al posto mio, quello che posso dire è che in quel momento i miei sentimenti rimbalzavano violentemente tra la rabbia e lo sconcerto. Tra la voglia di vendetta e la richiesta di chiarimenti.
Insomma, dovevo fare qualcosa di drastico e definitivo. Punire il colpevole. Cercare la giustizia e schiaffeggiarla per risvegliarla dal torpore nel quale evidentemente si era trovata qualche ora prima.

....continua.... 

Come sapete non ho un figlio di nome Lancillotto. Quindi vien da sè che quanto scritto sopra è solo un raccontino e non la storia vera di un fatto realmente accaduto.
L'ho scritto perchè è da quando ha iniziato ad andare all'asilo nido che sento le maestre parlare di responsabilità.
Bisogna responsabilizzare i ragazzi.
Non è che in sè io sia contrario a questa affermazione, credo solamente che per ogni cosa esista un suo tempo.
E credo soprattutto che sia inutile far correre questi bambini verso l'età adulta a velocità folle.
Lasciamoli crescere con calma. Lasciamo che giochino, che credano alle favoole a lieto fine. 
Lasciamo che vivano con leggerezza i pochi anni della loro fanciullezza. Hanno tutta la vita per essere adulti, stronzi e incazzati.
Ma soprattutto ho come l'impressione che la responsabilità che le maestre premono per affibiare ai ragazzi sia uno scarico della loro di responsabilità. Forse sbaglio. Ma quando le sento parlare, il forte dubbio che sia così mi si appiccica addosso come carta moschicida.
  

giovedì 30 ottobre 2014

riflessione


Ieri sera ho visto un film in televisione.

Difficilmente guardo la TV, non c’è mai niente che mi interessi, sono forse diventato un po’ snob ?

Può essere, è che tutto quello che vedo mi annoia. E quindi faccio altro, tipo leggere, osservare le foglie sugli alberi ingiallire, giocare con Gaia, tagliarmi le unghie dei piedi.

Ma dicevo di ieri sera, scanalando qua e là, prima di abbandonare come sempre le sterili velleità di trovare qualcosa di decente, mi sono imbattuto in un film su raitre. Diaz.

Fin dai primi minuti, guardando le immagini che scorrevano sullo schermo, ho sentito il cuore che accelerava, una sensazione di disagio, di schifo, di incredulità crescente mi ha preso stomaco e occhi, appiccicandomi addosso una sensazione di malessere.

Non potevo credere a quello che vedevo.

Una violenza cattiva, inutile, senza giustificazioni. Uomini e donne trattati come sacchi della spazzatura da uomini che di umano non avevano più niente.

Maltrattamenti fisici, umiliazioni psicologiche, terrore negli occhi di ragazzi torturati in ogni modo da rappresentanti della legge, i tutori dell’ordine.

Ho cercato di pensare che alla fine era solo un film, volevo convincermi che fosse una di quelle esagerazioni all’americana. Mi aspettavo da un momento all’altro la comparsa di Chuck Norris o Steven Seagal, che con quattro calci rotanti ben assestati frantumavano le ossa ai cattivi per rendere giustizia ai buoni. Solo che i cattivi erano quelli che nella logica collettiva dovrebbero essere i buoni e non si trattava di un film americano.

Non posso credere che sia successo davvero. Che una cosa simile sia successa nel mio paese pochi anni fa.

Non posso credere che non siano stati puniti i colpevoli di un crimine come questo.

Non posso credere che le forze dell’ordine siano le bestie che ho visto in azione nel film.

Voglio avere fiducia nelle istituzioni, voglio essere certo che il giorno che un signore in divisa mi dovesse chiedere patente e libretto, non mi riempia di botte se per caso ho dimenticato di mettere il tagliando dell’assicurazione in bella mostra. Voglio che se mia figlia un giorno andrà in una manifestazione, come abbiamo fatto tutti da ragazzi, giusto per fare un po’ di casino ( senza spaccare, né devastare nulla ), non debba rischiare la vita a causa di polizia o carabinieri o forestali o vigili del fuoco.

No, da loro non lo posso accettare.

 Voglio vivere in un paese libero, dove esprimere le proprie opinioni sia ancora possibile. Dove si possa gridare, protestare senza per questo venir trattati come carne da macello.

Spero nel rispetto delle persone e delle idee. Sono antico, un sognatore ?
Forse, ma forse è proprio la mancanza idi sogni che ci fa comportare come bestie ( senza offesa per gli animali ).

giovedì 24 luglio 2014

Il lavoro nobilita l'uomo.


Buongiorno, mi chiamo Valdo, Marco Valdo. Ho quarantasei anni e lavoro, diciamo così, per una grande multinazionale.

In azienda, durante la mia lunga vita professionale, ho fatto un po’ di tutto, fino a ricoprire quei ruoli che annoverano la parolina magica Manager prima o dopo altre roboanti oscenità, ma sempre in rigoroso inglese. Che fa molto più professional. Ho lavorato il sabato e la domenica quando mi veniva chiesto. Ho saltato le meritate ferie, quando mi veniva chiesto. Non ho mai contato le ore di straordinario elargite durante questi anni, del resto ho partecipato a progetti che avevano troppi momenti nei quali la mia presenza era di estrema necessità per la loro buona riuscita per potermi tirare indietro.

Ero parte del sistema, e mi comportavo esattamente come uno dei tanti ingranaggi di una catena che, gioco forza, deve continuare a girare.

Poi un bel giorno, ma forse dovrei dire brutto, il progetto nel quale lavoravo si è interrotto repentinamente, così io e tanti altri come me ci siamo trovati dal lavorare a cottimo al freddo dell’aria condizionata dell’ufficio alle calde pantofole a casa: in cassa integrazione, prossimo alla mobilità. Tutto questo è avvenuto nell’arco di un battito di ciglia. Ma certo, lavoravo a progetto. Anzi no, a dire il vero il mio è un contratto a tempo indeterminato. E allora come mi è potuta succedere una cosa simile ?

Nel giro di pochi mesi sono passato dall’essere un vanto grazie alla mia conclamata “seniority”, all’essere un costo insopportabile. Le mie competenze ad un tratto non servivano più. O forse sì, ma sicuramente ad altre cifre. Sono diventato un peso.

In realtà che le cose stessero cambiando, in peggio ovviamente, l’ho intuito ( lo so non sono proprio un genio ) quando hanno iniziato a parlare di noi come di costi. Mah !

Nel lavoro, ho imparato, devi essere bravo, competente e disponibile, e costare come un bambino di quelli che cuciono i palloni da calcio in Bangladesh. Non è proprio facilissimo, in Italia, costare come un bimbo voglio dire, soprattutto quando hai più di vent’anni di lavoro sulle spalle e ti hanno sempre chiamato “professionista”.

Ma tant’è. Ora che sono in “cassa” avrò tanto tempo da dedicare alle mie cose, i miei cosiddetti hobby. Solo che quando sono in casa sono di intralcio al resto della famiglia, do fastidio alla moglie, che ha tante cosa da fare ( beata lei ! ), non parliamo dei figli, che prima erano abituati a vedermi pochi minuti al giorno e ora mi vedono ciondolare di qua e di là senza avere una sporca ultima meta da conquistare. Se esco per fare due passi mi viene spontaneo fermarmi a guardare i lavori nelle strade. Tenendo le mani incrociate dietro la schiena e borbottando parole incomprensibili, ma che lasciano trasparire il disappunto per come lavorano quegli uomini in divisa arancione e guanti sozzi. Ci manca solo che mi compri uno di quei cagnolini in formato nutria col quale passare lunghe ore a chiacchierare animatamente e sarò esattamente come non mi sarei mai sognato di diventare.

A volte vado a fare la spesa, in bici, mi soffermo a lungo per cercare l’insalata più verde, la frutta più succosa. Sto diventando una brava massaia.

È questo il mio futuro ? No, grazie.

Allora penso che forse dovrei rimettermi in gioco, del resto sono ancora giovane, mi mancano vent’anni alla pensione. Sono un ragazzino, lavorativamente parlando chiaro, che se penso ai dolori alla schiena meglio lasciar perdere.

Dicono che all’estero il lavoro c’è. E via verso la locomotiva d’Europa, la Germania, un paio d’anni nei pressi del mare del Nord, qualche rientro a casa nel week end a salutare la moglie e i figli, per far vedere che sono ancora vivo, e controllare che non abbiano cambiato la serratura della porta di casa. Scherzo, non lo farebbero mai, odiano il fabbro che lavora sotto casa. In breve tempo mi renderei conto che sto perdendo gli anni della loro crescita, quegli anni che faranno di loro gli uomini e le donne di domani. Ma d’altra parte sto acquisendo reumatismi da umidità e fegato ingrossato da wurstel e crauti. Uno scambio equo tra dare e avere.

Azzardo un accostamento temerario. Gli uomini delle caverne lasciavano moglie, ma forse dovrei dire compagna, visto che il sacramento del matrimonio ancora non esisteva, e figli per avventurarsi lontano, a caccia. Stavano via finché non avevano trovato quello che cercavano per dare sussistenza alla famiglia e poi tornavano.  Ecco, io oggi dovrei fare lo stesso. Andare a caccia. Evviva il progresso. L’evoluzione della specie. Ciao Darwin, come direbbe Bonolis.

Ma potrei anche non dover andare troppo lontano. Se mi offrissi per un contratto a progetto a che so, seicento euro al mese, sono quasi sicuro che un lavoretto lo troverei.

Sarebbe svilente ? beh, se l’alternativa è conversare con il cane topo con la pancia gonfia di birra…

Oppure potrei rimettermi a studiare, sono un po’ arrugginito ma non ancora del tutto rincoglionito. Rimane il fatto che poi qualcuno dovrebbe essere disposto a far lavorare un giovane vecchio come me.

E se mi mettessi in proprio ? ma certo, apro un bar…sì, con un piede di porco ! I soldi dove li trovo ? i finanziamenti li danno ai giovani, io sono giovane ma non così esasperatamente giovane.

Oh mamma quanti problemi. E io che pensavo che dopo una vita di lavoro mi sarei potuto godere una vecchiaia decorosa, ma neanche una mezza età dignitosa riesco a strappare, se vado avanti così.

 Sono Valdo, Marco Valdo, ho quarantasei anni, vivo in un mondo globalizzato che corre sempre più veloce, ho tante idee , sono disoccupato e non ho neanche la bicicletta, me l’hanno rubata davanti all’esselunga.