mercoledì 24 luglio 2013

Il pescatore.


Lo sapeva, se lo sentiva che sarebbe accaduto proprio in quella circostanza, era il momento che aspettava da tempo. Non provava dolore né tristezza, ma solo la fredda consapevolezza di essere arrivato al capolinea, finalmente. Poche ore prima, quando si era svegliato, l’idea di quello che avrebbe fatto quel giorno gli era balenata violentemente nella testa appena aperti gli occhi. Alzandosi con fatica dal letto, sentendosi addosso tutti i suoi settantotto anni, aveva deciso che sarebbe andato giù al fiume a pescare, come faceva fino a qualche anno prima, quando, in compagnia di vecchi e fidati amici, trascorreva serenamente le lunghe giornate della tanto agognata e altrettanto odiosa età della pensione. Aprendo le tapparelle della vecchia casa del paesino sperduto nelle campagne della bassa padana, si trovò di fronte il solito panorama piatto, mosso appena dalla linea ferroviaria ad alta velocità, che negli ultimi anni aveva dato un po’ di brio alle conversazioni davanti ad un bicchiere di bianco al bar.  Il cielo era acciaio che lasciava cadere obliquamente lacrime sottili e timide.  Non aveva avuto bisogno di guardare fuori per sapere che il tempo quella mattina era inclemente, se lo sentiva nelle ossa, che avevano scricchiolato con sinistri clack in ogni giuntura appena messi i piedi per terra. L’artrite è una ruggine spietata che consuma le energie, lentamente, giorno dopo giorno, lotta strenuamente contro la tua volontà di andare avanti fino a trasformarti in una statua, immobile. Ogni movimento ti costa sempre più fatica e dolore.  Ora l’uomo cerca di stirarsi allungando le braccia verso l’alto e piegando il collo da una parte all’altra, con cautela, senza strafare, giusto un po’, per riattivare la circolazione del sangue nell’organismo, per dare una lieve scossa. Per dire “io sono ancora qui, ho ancora bisogno di te, caro vecchio e stanco corpo”.

L’aria non è particolarmente fredda, l’autunno quest’anno sta regalando giornate dalle temperature miti. Sarà colpa del riscaldamento globale, che a dirla tutta a lui qualche grado in più non ha mai fatto male, anzi. Respira a pieni polmoni il dolce profumo dell’erba bagnata, inspirando col naso, poi chiude la finestra, esce dalla camera da letto e cammina verso la cucina. Mette a scaldare il latte mentre si prepara il caffè  nella piccola caffettiera da uno. Dallo scaffale di fianco al lavandino prende le fette biscottate che immergerà nel caffelatte, ha rinunciato a tante cose col passare degli anni ma a quello proprio non riesce a fare a meno, il gusto della fetta che si imbeve di latte è un piacere che non può negare al proprio palato. Dopo la colazione va in bagno, si lava e si fa la barba, come ogni mattina, anche se ormai cresce pochissimo e si vede giusto un’ombra grigia sotto il naso e sul mento. Si guarda allo specchio, gli occhi di un verde chiaro, leggermente velati dall’età, lo osservano con quella pacata serenità di chi nella vita si è sempre comportato seguendo le regole. Ubbidendo al conformismo e ai canoni imposti dal vivere in un piccolo paese. Del resto a lui non è mai costato grande fatica, i suoi genitori lo avevano educato al rispetto verso se stesso e verso gli altri, senza compromessi. Una vita limpida, senza macchie, senza inutili voli pindarici e grandi sogni irrealizzabili, che possono permettersi solo quei fortunati nati nelle famiglie ricche.

Un matrimonio riuscito, un figlio di cui andare fieri. Il lavoro nella bottega paterna come calzolaio. Gli amici del bar Centrale. La vita che, placidamente, scorre via. Felicemente ? Sì, felicemente, perché anche sapersi accontentare di quello che si ha è un pregio, un dono del Signore e va custodito gelosamente e con parsimonia. Poco dopo è indaffarato nella preparazione della cassetta per la pesca, nella quale sta controllando che tutto sia in ordine : le lenze, gli ami, le pinze, il coltellino. Prende dallo sgabuzzino il secchiello giallo, che spera di riportare a casa pieno di pesci. Dall’armadio sfila la giacca senza maniche color verde scuro zeppa di tasche di ogni misura, è stato un regalo di lei. Ricorda il giorno in cui Teresa, sua moglie, gliel’ha fatta trovare ben stesa sul divano a due posti in sala. Era il suo compleanno, era così giovane e in gamba allora. Compiva sessant’anni e loro due erano già sposati da quasi quarant’anni. Torna in cucina per prepararsi un panino al prosciutto cotto e versa in una bottiglietta di acqua, già piena per metà, un po’ di vino fino a riempirla. Prende il cappellino, quello che indossa sempre in queste occasioni, lo mette in testa, prende la cassetta ed esce di casa dopo aver dato un ultimo sguardo all’appartamento silenzioso.

Il viaggio con la vecchia utilitaria è breve e si svolge nel silenzio della campagna che sta ancora riposando. Non c’è molto da fare in giornate come questa. Anche di macchine in giro ce ne sono poche.

Un’ora più tardi è seduto nella sua seggiolina ripiegabile, la canna da pesca tenuta mollemente tra le mani, lo sguardo sull’acqua verde del fiume che passa lenta sotto i suoi occhi. Qualche uccellino che vola via cantando malinconicamente. I ricordi che si presentano alla porta della memoria senza invito. Un sorriso malinconico. La vita.

Il primo pesce della giornata lo coglie impreparato, il galleggiante scompare per un attimo sotto il pelo dell’acqua, è una lotta impari ma a giudicare da quanto tira la lenza deve essere un barbo, i pesci più combattivi della zona. L’uomo gioca col mulinello, avvolge e lascia, dà tregua per qualche attimo e poi tira con determinazione, la forza del pesce diminuisce, la battaglia è finita, viene sollevato dall’acqua. Un guizzo, due colpi di coda, qualche schizzo d’acqua. Guido stacca con delicatezza l’amo dalla bocca del pesce, che sembra lo guardi con rabbia, con aria di sfida, e lo depone nel secchio giallo.

“Luigi ci facciamo un goccio?”. Ha parlato per la prima volta da quando si è svegliato e lo ha fatto con un vecchio amico. Un amico morto ormai da tre anni. A volte si dimentica di essere rimasto solo. Sfila dal sacchetto di tela la bottiglietta di acqua e vino e prende una sorsata.  La mattina sta scivolando via, nel secchio giallo un barbo e due cavedani si contendono lo spazio nuotando nervosamente.

“Mario, alla fine non ci siamo mai andati verso “il fosso”, dove il Luigi per un pelo ci moriva. Lo sai che dicono che lì ci sono delle carpe spettacolari, ma noi abbiamo sempre avuto timore di scivolare sui sassi. La paura ci ha privato di tante cose. Forse abbiamo giocato male le nostre carte. Forse avremmo dovuto osare di più”.

Il galleggiante in fondo alla lenza affonda ancora una volta, Guido non si accorge di nulla, continua il suo monologo con gli amici di un tempo. Il fatto che non si vedano non vuol dire che non ci siano, che non siano di fianco a lui a condividere ancora una volta una serena giornata di pesca tra amici. Lui li vede, li sente. Percepisce la loro presenza. Una volta ha sentito dire in un film, che si deve pensare ai propri cari morti come se fossero nella stanza accanto alla nostra, non puoi vederli ma sai che sono lì, accanto a te. Questo pensiero col tempo lo ha rasserenato, gli ha ridato la certezza della compagnia di cui aveva tanto bisogno per non impazzire di solitudine.   Si alza dal seggiolino barcollando leggermente, raccoglie la canna da pesca, e si avvia verso quello che lui e gli amici hanno sempre chiamato “il fosso”, una pozza profonda dalla forma circolare, larga circa tre metri a pochi passi dall’argine del fiume, verso il centro del greto.

“Teresa, stasera ci facciamo una frittura che te la sogni. Non ti preoccupare, li pulisco io i pesci, lo so che è un lavoro che non ti piace fare, non ti è mai piaciuto. In fondo in cucina non ti sei mai sentita a tuo agio. A avevi tante altre doti stupende, ma io ti amavo più per quelle che ti mancavano. Ti rendevano più vulnerabile e dolce. Ah, pensavo di invitare anche Mario e Luigi, se la pesca va come immagino ci sarà pesce per tutti”.

L’uomo cammina a testa bassa, stando bene attento a dove mette i piedi, si ferma per un attimo e si guarda intorno, come a voler fotografare quell’attimo, imprimersi nella memoria le forme, i colori, gli odori di quella giornata passata ancora una volta con gli amici di un tempo, a pescare.

Ritorna a quelle giornate lontane, alle risate, alle battute feroci tra loro quando tornavi a casa senza aver preso niente, felice comunque per aver trascorso tante ore liete con i propri amici. Ricorda Teresa, che lo aspettava trafelata, sempre intenta a tenere in ordine la loro casetta, il loro nido, come soleva dire teneramente lei con orgoglio.

Guido è ormai giunto sul ciglio del fiume, fa qualche passo avanti, avventurandosi nell’acqua bassa, verso “il fosso”. Cammina con passo malfermo, la canna nella mano destra, il braccio sinistro tenuto lontano dal corpo, come un’equilibrista che ha bevuto un bicchierino di troppo, procede verso la sua meta.

“Tranquillo Luigi, sto attento. Lo so che è pericoloso, che i sassi qua sotto sono infingardi e traditori. Mario, tu tieni d’occhio il mio secchio coi pesci, guarda che li ho contati, se quando torno ne manca qualcuno ti sfilo il sellino della bicicletta e ti faccio tornare a casa così”. Ride di gusto ora, quella è una battuta che usano tra di loro da tutta la vita, da quando erano ragazzini coi pantaloni corti e correvano per i campi alla ricerca di qualcosa da mangiare, dopo  la guerra. Lentamente arriva in prossimità del “fosso”, getta l’amo verso il nero di quel buco che lo ha sempre intimorito e aspetta. Uno strattone, un altro, un po’ più forte. Risponde al colpo con determinazione, sente un’allegria nuova sfociargli dal petto, sta pescando al “fosso”, ha vinto la sua paura, ha sconfitto l’istinto di conservazione, che con la vecchiaia si è forse assopito, l’ha colto di sorpresa. Fregandolo. Prova a dare un altro scossone tirando a se la canna, ma succede qualcosa.

Un piede scivola su un sasso piatto, l’equilibrista vacilla, si scompone, cade in acqua con un tuffo sordo. Le braccia si agitano nell’acqua scura, un respiro che si interrompe dall’afflusso di acqua che lo coglie all’improvviso riempiendogli la bocca. I vestiti inzuppati sono un’armatura di ferro che tira verso il basso con rabbia. Le braccia si muovono meno, la stanchezza sta prendendo il sopravvento. “Arrivo Teresa, prepara la tavola, tra poco sono da te”. Un altro guizzo verso l’alto, un disperato tentativo di tornare a galla, un respiro profondo, poi la lenta discesa verso il buio.

 “I miei pesci, li ho lasciati nel secchiello, moriranno. Speriamo che qualcuno li trovi prima che muoiano, sarebbe un vero peccato”.
 L’ultimo pensiero di Guido fu per i suoi pesci, gli avevano tenuto compagnia così tante volte, forse era giusto che fossero loro ad accompagnarlo anche nel suo ultimo viaggio, il viaggio verso sua moglie e i suoi amici, verso la pace di un’eternità senza artrite né dolori.

giovedì 9 maggio 2013

Adam Clayton, un gatto, un topo e l'elefante.


Eccoci. Qualche giorno fa mi arrivano a casa le prime cinque copie del nuovo romanzo, me le ha inviate l’editore.

Devo dire che mentre disfacevo il plico non ho provato la stessa emozione della prima volta e forse neanche della seconda. Però tenere tra le mani una tua creatura è sempre un bel momento. Sfogliare velocemente le pagine del tuo lavoro, osservare la bontà della copertina, soppesarne il peso; insomma vedere che quello che fino a qualche mese prima erano solo fogli word sul mio PC è diventato un libro fatto e finito, mi dà una certa soddisfazione.

Anche perché ve lo devo dire, non sono Ken Follet né Stefano Benni. Non è che tutto quello che scrivo vede la luce, anzi. Infatti ho un paio di romanzi che molto probabilmente non verranno mai pubblicati, perciò quando un editore mi dice che è interessato a pubblicare quello che scrivo per me è già una vittoria.

Certo, poi viene il bello, ovvero vendere un milione di copie. Ma questo è, ahimè, un altro discorso. Quel tipo di guerra mi sa che difficilmente mi vedrà vincitore.

Ma forse volete saperne di più sul romanzo. Come è nato e perché, dove e quando.

Ero in vacanza con le mie due donne, la grande e la piccola, in Valsassina. Era il 2008, ed eravamo in estate. Un’estate strana, molto piovosa, almeno nel posto dove stavamo noi. Guardavi in alto e vedevi nel cielo tutte quelle nuvole dalle forme più diverse. Mi sarebbe piaciuto, come facevo da bambino, riuscire a vedere nelle nuvole degli animali, delle persone, dei castelli. Insomma più le guardavo e più mi rendevo conto di quanto col tempo si smarrisca la fantasia, si cambi. E non sempre in meglio, direi. Allora ho pensato che sarebbe stato bello essere di nuovo bambino, per poter rivivere le fantastiche avventure che mi immaginavo da piccolo, poter di nuovo spaziare con l’immaginazione. Ho pensato anche : “chissà se i ragazzini di oggi vedono nelle nuvole quello che ci vedevo io ?”.

No, credo di no. Credo che non abbiano il tempo di guardare il cielo. Sono troppo presi dalla play station,  dalla lezione di tennis, judo, inglese, chitarra, canto, pentatlon moderno. Che senso ha guardare in alto se tutto quello di cui hanno bisogno si trova a terra ?

Ecco perché ho pensato alla storia di un un ragazzino che ha il suo mondo nel cielo. Un luogo lontano eppure sempre presente sopra di noi. Sono sicuro di aver “disegnato” un tredicenne fuori dal tempo, oggi uno così sarebbe sicuramente preso in giro dai coetanei, sarebbe un diverso, ma diverso non vuol dire né peggiore né migliore. Diverso è diverso, punto.  Quindi troverete in Raimondo tanti aspetti che forse sono più vicini alla mia generazione che a quella attuale, ma cosa devo dire, a me piaceva così.

Avevo voglia di raccontare la storia di un giovane uomo alle prese con la vita, con tutti i suoi piccoli e grandi problemi, ma visti con gli occhi ingenui di una volta, non con quelli di coloro che sanno già tutto. O pensano di saperlo.

Quindi ricapitolando, ho detto dove e quando, un po’ il come, manca il perché ? Boh, un artista non è tenuto a spiegare proprio tutto tutto, no ? J
Ah, dimenticavo il titolo. Ho giocato con la famosa canzoncina, con la forma della nuvole e ci ho aggiunto il pezzo da novanta. Che poi, a dirla tutta, il titolo me lo ha suggerito LaSimo.

venerdì 22 marzo 2013

I Miei Corti - Stardust


Ho paura. Cerco di trattenere il respiro e tengo gli occhi chiusi. Come a voler chiudere fuori il pericolo incombente che posso percepire a pochi passi da me. Sento la sua presenza e riesco a pensare solo che domani mattina non ho neanche il latte fresco in casa, avrei dovuto prenderlo prima di rientrare, ma poi le cose sono andate diversamente. Potrei bere il the, anche se un’ora dopo averlo bevuto ho già lo stomaco vuoto, penso con un mezzo sorriso.
I suoi passi sono echi minacciosi di tuoni sempre più vicini, la sua voce è una saetta che potrebbe incenerirmi. Aspetto e prego, o almeno ci provo, non sono mai stato molto bravo in queste cose. È facile chiedere aiuto quando sei con le spalle al muro, è troppo comodo. Sono certo che le mie parole non arriveranno da nessuna parte, sono sbagliate, sono false. C’è della polvere intorno a me, sento che mi sfiora con leggera indifferenza, in fondo tra i due l’intruso sono io. Questo non è il mio posto, non dovrei essere qui.

È stato tutto così veloce, è successo in un attimo, poco fa ero vicino a toccare le stelle con un dito, ora mi trovo nel buio di un abisso senza fondo.
Il pavimento è freddo. Ci appoggio la guancia per trovare un po’ di refrigerio, sento le gote bollenti. La gola secca. Il cuore che batte all’impazzata. Forse è questo che prova un condannato a morte poco prima dell’esecuzione. Non voglio morire, o almeno non così, sarebbe troppo disonorevole, anche per uno come me. Per uno che nella vita ha fatto solo cazzate, questa sa tanto di ciliegina sulla torta.

Già mi immagino i commenti degli amici quando leggeranno la notizia sul giornale, chissà le risate.
E non c’è niente da ridere.

Ora parlano, lui alza subito la voce, lei si difende come una tigre. Cadono insulti come stelle il dieci di agosto, le cose si stanno mettendo male. Continuo a ripetermi che questa è l’ultima volta, ora basta, non voglio più infilarmi in una situazione del genere. Porte che sbattono, urla, piatti rotti, invocazioni profane di  santi e madonne. Forse dovrei intervenire, forse dovrei vivere questa cosa da uomo. Ho deciso, adesso mi faccio avanti, adesso lo affronto.

Poi accade. Lui se ne va’ sbattendo la porta alle sue spalle. Aspetto qualche secondo prima di muovermi. Esco da sotto il letto con gesti goffi, lei mi sta di fronte, mi guarda con sguardo strano.

Mi guardo pure io. Sono in mutande, ma nella concitazione le ho messe al contrario, infatti sembrano un vecchio tanga consumato. Ho indosso una sola calza corta e la maglietta è orrendamente pezzata sotto le ascelle. La tensione gioca brutti scherzi. Cosa mi guarda così a fare ? avrei voluto vedere lei.

“C’è stato un momento in cui avrei voluto gridare in faccia a quel demente che il mio amante era sotto il nostro letto”, mi dice con piglio deciso.

“E io sarei voluto essere al mare a fare i castelli di sabbia”.

“Rivestiti in fretta e vai via, potrebbe tornare da un momento all’altro”.

Mi rivesto alla bell’e meglio, cerco di non guardarla, sono incazzato e ancora spaventato. Quando sono pronto la saluto freddamente.
“Ciao. Per quanto mi riguarda puoi cambiare il letto. Comprane uno col cassettone, non ho più intenzione di nascondermi sotto il letto come un sorcio”.

Con la mano sulla maniglia della porta, mi volto solo un poco per poterla guardare per l’ultima volta, prima di dirle addio.

È bellissima. Ha i capelli lunghi arruffati, sono color del rame. Gli occhi verdi sono un prato di speranza. Il corpo è uno spettacolo, ha più curve di una strada di montagna.
Esco da quella casa con la certezza che non la rivedrò più, sono determinato a cambiare, è ora di far scorrere i titoli di coda su questa storia.

Arrivo alla macchina con un senso di leggera euforia. Mi sento bene, libero.
Accendo il motore, lo spengo.
Prendo il cellulare e scrivo un SMS, lo spedisco in meno di dieci secondi.
Meno di un minuto dopo il telefonino di lei emetterà un lieve bip. Quando leggerà il messaggio troverà le sue parole. Sorriderà, perché in fondo l’amore cos’è se non rabbia, paura, emozione, passione, sogno e ironia.
“Aspetta a cambiare il letto, ma almeno passaci lo swiffer, lì sotto è un disastro”.

mercoledì 27 febbraio 2013

Se



Vi siete mai chiesti, se poteste rinascere, chi o cosa vorreste essere ?
O quale dote o talento particolare, che non avete, vi piacerebbe possedere ?
Nel mio caso, dal momento che non ho alcuna dote particolare, ho avuto un ampio raggio di scelte tra le quali andare a pescare. Dunque, vediamo.

In questo periodo, che a dire il vero è iniziato da un po’, ogni canale televisivo che si rispetti ha nel suo palinsesto almeno un programma dedicato alla cucina, ormai in giro sono tutti grandi chef. Il fatto è che uomini e donne, combattuti tra il lavoro, i figli da portare a violino judo canto nuoto inglese, la palestra per rassodare glutei o addominali, gli ingorghi stradali e intestinali e i mal di testa cronici, la cucina la vedono solo per sbattere nel microonde il minestrone pronto findus  surgelato. E quindi a cosa serve fare vedere tutto questo spadellare, tutto questo affettare, questo sminuzzare, tutte queste preparazioni di piatti in stile art decò se poi non hai neanche il tempo di scolare l’olio della scatoletta di tonno ? Non lo so. Ma lo fanno, eccome se lo fanno.
Ma tutto questo per dire che cosa ? Ah già, pensavo a cosa mi piacerebbe fare “da grande”, e ho pensato alla cucina. Cucinare è un’attività che mi piacerebbe saper padroneggiare. Smadonnare sui fornelli, controllare la sana provenienza degli ingredienti, miscelare la giusta dose di carboidrati, proteine e grassi per rendere un piatto un sapiente connubio di bontà e genuinità. Tutto pur di soddisfare il palato, la pancia e pure l’occhio, che si sa, anche lui vuole la sua parte. Sì, saper cucinare con maestria mi darebbe grandi soddisfazioni, ma non mi voglio fermare al primo “sogno” nel cassetto, andiamo avanti.

 Un’altra dote che non disdegnerei affatto è la capacità di imparare, e quindi parlare, diverse lingue. E già mi vedo in giro per il mondo, sempre a mio agio in qualsiasi contesto, perché saprei sempre cosa dire e soprattutto saprei come dirlo, che sogno. Non farei più quelle figure imbarazzanti tipo quando in Francia mi sono visto portare un’ottima piovra quando io ero convinto di aver ordinato filetto al pepe verde. O quella discussione infinita con un albergatore spagnolo che mi ha raccontato la storia della sua vita, in dialetto stretto asturiano, che io ho concluso con un OLE’, perché ho capito il 30% di quello che mi ha detto. Per non parlare delle lunghe telefonate con i colleghi tedeschi, il loro inglese metallico faceva a cazzotti con il  mio: maccheronico.  Già, sapere le lingue mi piacerebbe parecchio. Se poi ci potessi aggiungere tanti soldi come contorno, penso proprio che potrei passare la mia vita a girare per il mondo, in pareo e panama nei mari del sud, in giacca di velluto con le toppe, camicia a scacchi sapientemente aperta su petto villoso e jeans a New York.

Altro giro.

E questa volta penso che potrei anche fermarmi qui. In questo momento sto ascoltando “Sultan of Swing” e ho capito cosa vorrei saper fare più di tutto : suonare la chitarra.
Come si può resistere a un assolo del genere, come non cadere, insieme al resto della mascella, dinanzi a un’esecuzione così potente, precisa, coinvolgente, diabolica. Ho sempre pensato che fare il musicista, meglio se cantante, fosse il mestiere migliore del mondo. Immaginatevi la scena : San Siro, ottantamila persone venute apposta per voi, per vedervi e sentirvi cantare. Buio, parte la musica, loro la riconoscono, iniziano a cantare, voi fate il vostro ingresso sul palcoscenico che ora è illuminato come l’astronave di incontri ravvicinati del terzo tipo, loro vi vedono e impazziscono lanciando un urlo selvaggio senza smettere di cantare, e voi state lì, in piedi, a godervi quella sensazione di immortalità, in silenzio. Poi iniziate a cantare e la magia iniziale viene addirittura amplificata dalla vostra voce. Se esiste il paradiso, ecco, io me lo immagino così. Eppure, se sapessi suonare come Mark Knopfler, potrei anche rinunciare al paradiso, che tra l’altro può attendere, e suonare solo per me stesso. Chiuso nella mia cameretta spoglia, amplificatore a basso volume; volerei tra arpeggi, scale, accordi, riff, evoluzioni stilistiche a folle velocità, fino ad ubriacarmi di note che fuggono dalle corde bollenti della mia Fender Stratocaster rossa. E sarebbe un finale che neanche Biancaneve. I due si guardarono per alcuni istanti e si riconobbero, si erano cercati per tanto tempo ed ora erano uno di fronte all’altra. Lui la prese delicatamente tra le sue braccia, lei lo lasciò fare, trepidante. Lui la accarezzò delicatamente, lei ebbe un brivido in fa diesis, poi lui iniziò a suonare e lei sprigionò dalle sue corde tutto l’amore di cui era capace. E vissero per sempre felici e cantanti.

mercoledì 19 dicembre 2012

Natale


Il Natale è come un doberman nascosto dietro una siepe, tu scavalchi tranquillo tranquillo il muro di una giornata qualsiasi e lui è lì che ti ringhia minacciosamente in faccia. Ti coglie all’improvviso, quando arriva arriva e non puoi fare altro che tirare fuori dal ripostiglio l’albero e attaccarci sopra le palle, che dopo un anno di lavoro non vedi l’ora di toglierti quel peso ingombrante di dosso e le attaccheresti ovunque, e perché no su un pino di plastica tutto illuminato da lucine della LIDL e nastrini oro e argento.

Che poi in fondo il periodo natalizio in se non è neanche male. Traffico caotico in giro per le strade, freddo intenso che ti congela mani, piedi e naso appena esci di casa, buonismo ipocrita sventolato impudicamente come un reggiseno durante un concerto di Robbie Williams, strade imbastardite di neve marcia. Però tutti questi effetti collaterali vengono in qualche modo accettati, sopportati con rassegnata condiscendenza perché comunque sai che si avvicina il momento delle meritate vacanze di Natale. Qualche giorno da passare a casa a mangiare, bere e riposare. Sai che ogni tua azione sarà accompagnata da quelle musichette rilassanti da tenere in sottofondo, per esempio quando apparecchi la tavola, o impazzisci davanti ad un puzzle di 5000 pezzi, o fai tutti quei maledetti lavoretti di casa che hai rimandato per tutto l’anno.  Metti sullo stereo qualcosa tipo Let it snow  cantata dalla voce calda di Dean Martin, o  Have yourself a Merry little Christmas, che mi fa sempre immaginare slittini carichi di bambini vocianti che corrono veloci a Central Park ( sono schiavo della filmografia ‘mmericana), oppure un classicissimo : ‘O tiempo se ne va degli immortali Squallor, che con la loro squisita poetica vi trascineranno senza scampo nel clima del Natale come un uragano.

Che bei momenti, che deliziosi attimi di intimità familiare passati sul divano a vedere film intramontabili tipo Il piccolo Lord, Una poltrona per due o Ben Hur, immancabili perle cinematografiche che ci vengono propinate anno dopo anno, puntuali come l’aumento della benzina, soporiferi come una puntata di Porta a Porta.

Ma in mezzo a tutte questi virtuosi passatempi da paese dei balocchi, che ti fanno ringraziare la provvidenza per averti fatto nascere nell’occidente prospero e tecnologico, ci sono, ahimè, anche dei momenti spiacevoli, o per lo meno di difficile digestione.

 Il calvario dei regali di Natale.

 Negozi zeppi di persone sudate e incazzate, paonazze con la pressione a 200 alla ricerca spasmodica del peluche parlante che ha implorato la nipotina, o del gioco ultra mega fantasmagorico chiesto dal figlio prediletto. Genitori arrampicati come ragni su scaffali traboccanti di colorate nefandezze, mogli determinate a vedere la scritta Game Over sulla carta di credito platinum, mariti che spingono carrelli traboccanti con la gioia negli occhi uguale uguale a quella di minatori che spingono i loro carrelli 1000 metri sotto terra. Babbi Natale rubizzi che si aggirano per le strade scampanellando rumorosamente, ubriachi fradici di Amaro Averna.

No, grazie. Io, come disse la buonanima di Scalfaro: “Non ci sto, io dico no”. Già, ma allora che fare ? come risolvere l’annoso problema dei regali ?

Una soluzione, la migliore dal mio punto di vista, è lasciar semplicemente perdere. Non regalare niente a nessuno, far finta di niente, inventarsi un’amnesia temporanea, una psoriasi topica fulminante, un’allergia traumatica verso il pacchetto regalo in sé, un gomito che fa contatto col cotechino colle lenticchie, uno shock emotivo perché quando avevi dieci anni tua cugina te l’ha fatta vedere. Insomma, a me va bene tutto, anche sorbirmi un concerto di Gigi D’Alessio accompagnato da zampognari peruviani in piazza Duomo il 31 dicembre, ma questa cosa dei regali davvero non la reggo.

Non ho fantasia, mi mancano le forze, mi areno davanti agli sterili binomi papà-cravatta e mamma-profumo, moglie-IstruttoreDiTennis, figlia-Iphone 5. No signori, non so voi ma io non ce la posso fare.

 Però, se per voi è diverso, se siete di quella imperscrutabile, coraggiosa razza che gode nel fare e ricevere regali, beh allora…a pensarci bene qualche idea per voi ce l’avrei.

Un maglione a dolce vita per sconfiggere l’amarezza di alcune giornate.

Un set di coperchi per quel diavolo di vostra suocera, alle pentole ci pensa lei.

Dieci spremute di arancia-limone-mandarino-fragola-mirtillo da bere saltando la corda.

Un quadro di una natura ferita. ( regalarlo che è già morta si capisce che è riciclato )

Una mazza da baseball, un crick e una catena per l’automobilista pacato che è in ognuno di noi.

Una bambola gonfiabile bucata, tanta fatica per gonfiarla e poi, sul più bello…

Una piccozza per un piatto di picspaghetti.

Un sommergibile nucleare dell’ex unione sovietica ( so che vengono via a poco ).

Il calendario Maya del 2013. ( esiste esiste, rigorosamente made in China ).

La raccolta delle esternazioni del Cavaliere dal ’94 ad oggi travisate dalla stampa. Opera in 12 volumi di 2000 pagine l’una.

Oppure, un altro regalo che non impegna più di tanto, che al limite lo prendi e lo metti in un angolino dimenticandotene, che tra il caminetto e una sedia che balla vedrai che un’utilità la si trova, uno di quelli che: “qualcosa gli devo pur regalare”. Insomma, che ne pensate di un bel libro ? che poi magari proprio bello non è ma il concetto editoriale resta valido.

Come dite ? Sono partigiano nel mio consiglio ? è vero, mea culpa. Ma non cadrò nella tentazione di farvi un titolo “a caso”, tanto chi mi conosce sa dove andrei a parare, voglio solo portare alla vostra conoscenza alcuni eventi che forse vi aiuteranno a compiere una scelta oculata.

Ripeto, non voglio assolutamente influenzarvi ma sappiate, tra l’altro, che due miei amici che non hanno preso il mio libro pochi giorni dopo uno ha perso il lavoro e l’altro è stato lasciato dalla moglie. Ora vivono insieme, si sono fatti crescere le tette e si fanno chiamare Luisa e Chantal e quello che aveva perso il lavoro ne ha trovato un altro, riceve in casa ed è confuso e felice.

Un altro amico si è tuffato immediatamente in libreria per prenderlo e la settimana dopo ha fatto 6 al super enalotto, vinto un abbonamento per dieci anni a “Tutto uncinetto” e pestato tre cacche in meno di un‘ora.

Ora, non so voi, ma io un pensierino ce lo farei…

Di seguito, per allettarvi ulteriormente, i commenti di alcuni miei appassionati lettori.

“Leggere un romanzo di Davide Gorgi è sempre un’esperienza splendida. Ottima scrittura, personaggi ben caratterizzati. In poche parole : geniale”

(Pinocchio)
 

“Farfalle a Milano è più letale delle mie lame rotanti”

(Goldrake)
 

“Mi è piaciuto o non mi è piaciuto…questo è il problema”.

(Amleto)
 

“Juventus è squadra di dopati, nel giro tutti sanno, da sempre…qual era domanda ? Farfalle dove ??”

(Zdenek Zeman)
 

“Il libro in sé non è un granché, ma la copertina lo innalza di almeno due spanne”

(Olivier “Psycho” Catenacci, autore della copertina)
 

“Mi ricordo i suoi temi da brivido, zeppi di errori. Noto che il tempo non lo ha migliorato”

(la maestra delle elementari)
 

“Leggere Farfalle a Milano porta a scontrarti col tuo lato oscuro”

(Luke Skywalker)
 

“Quando ho guardato di sotto ho pensato – col cazzo che salto – poi da giù mi hanno minacciato di farmi leggere Farfalle a Milano. Beh, com’è finita lo avete visto anche voi”.

(Felix Baumgartner)
 

“Che tenerezza il ragazzo della storia, vien voglia di preparagli una torta di mele”

(Nonna Papera)
 

“I frequesnti richiami musicali, affogati brillantemente nella storia, già da soli valgono il prezzo del romanzo, devo dire però che quando l’ho letto ero in pieno trip…”

(Jim Morrison)
 

“Farfalle a Milano è un romanzo supercalifragilisticaspiralidoso…”

(Mary Poppins)

 
“Gli ho detto che non potevo leggerlo e allora mi ha fatto comprare l’audio libro…e mi ha fregato!”

(Stevie Wonder)

 
“Non è bello e con le donne non ci sa fare. Di corse di cavalli non capisce niente ma, cazzo, come scrive…”

(C. Bukowski)

"Gli ho chiesto dove potevo andare a prenderlo, mi ha risposto "è lui che verrà a prendere te".
(John Rambo )
 
Per finire, Buon Natale a tutti voi e ai vostri cari, passate delle serene vacanze e un buon fine anno.
Adesso purtroppo devo lasciarvi, devo correre a sistemare i feltrini sotto il tavolino della sala, sistemare gli scaffali della cantina, controllare la pressione degli pneumatici della bici di Gaia, mettermi la crema antirughe, comprare un puzzle…
Ah, dimenticavo, l'anno che verrà vedrà la luce del mio terzo romanzo.
Il mio editore mi ha da poco comunicato che prevede di pubblicare un mio manoscritto dal titolo :
Adam Clayton, un gatto, un topo e l'elefante.
La data per l'uscita non è ancora stata fissata, vi farò sapere.

baci e abbracci
Davide

lunedì 10 dicembre 2012

I Miei Corti - Buon Appetito


Buon Appetito

 

“Veleno per topi”.

L’uomo si guarda attorno con fare smarrito, lascia cadere il cucchiaino metallico, che atterra sul pavimento dalle mattonelle sbeccate e traballanti come un pensiero peccaminoso, con un rumore sordo. Doveva aspettarselo, è stato forse troppo ingenuo ad entrare in quella casa disarmato, confidando che l'inarrestabile fluire dei granelli di sabbia della clessidra della vita avessero cancellato il dolore o almeno sbiadito i contorni del rancore.

L’appartamento è angusto, la sala cucina è arredata con semplicità, mobili vecchi e consunti ma tenuti in ordine e puliti, la carta alle pareti è in parte macchiata di umidità vicino agli angoli, un vaso con delle gerbere rosse sul comò e delle tendine rosa e gialle alla finestra colorano l’ambiente rendendolo accogliente nella sua onesta umiltà.

“Perché ?”.

 Chiede in un soffio, anche se in fondo conosce già la risposta. Afferra una sedia di paglia, la scosta lentamente dal tavolo di legno consumato e si siede lasciandosi cadere pesantemente. Si stringe nella giacca verde, si toglie il cappello a tesa stretta e lo appoggia sulla tavola, di fianco al piattino contenente la fetta di dolce appena intaccata.

“E perché no?”.

 La voce della donna è dura come la salita delle Ande in bicicletta, il suo sguardo è una lama che affonda nell’anima dell’uomo di fronte a lei. Gli anni passati hanno segnato il volto e il fisico di quella che un tempo, si intuisce, era una bellissima creatura, nata per vivere una vita serena, in una bella casa, con una famiglia felice. Una vita da favola di cui si sapeva già il finale: “ E vissero per sempre felici e contenti”. La favola che ogni bambino sogna per se. Solo che la favola si è rivelata essere un terribile incubo e ha vissuto una vita tutt' altro che felice e contenta ma straziante, sola in uno stabile decrepito nella periferia malata di Buenos Aires.

“Non avevo scelta, ho fatto solo quello che dovevo”.

 “Si ha sempre una scelta e la tua è stata quella sbagliata”.

 I due hanno parlato quasi sommessamente, come se parlassero del clima impazzito o di ricette di cucina, una sorta di distacco, denso come una giornata di nebbia nelle pampas in autunno, accompagna lo scandire delle parole, ancora fluttuanti nell’aria satura dell’odore di pollo arrosto poggiato di fianco alla cucina a gas.
 
 “Sono venuto per dirti che un dottore mi ha annunciato che sto per morire”.

 “Tutti dobbiamo morire. Io sono morta quarant’anni fa, sei tu che mi hai uccisa”.

 Un passerotto atterra sul davanzale, osserva distrattamente la scena all’interno della stanza, un attimo dopo vola via senza voltarsi, evidentemente ciò che ha visto non ha destato il suo interesse, o forse ha percepito qualcosa che, una volta svelato, avrebbe appesantito troppo le sue tenere ali.

 “Mi dispiace. Sono passato solo per chiedere scusa. Forse non sarei dovuto venire”.

 “Forse no”.

 I due rimangono in silenzio, si osservano muti, poi la donna riprende.

 “Sai, devo farti i  complimenti per il tempismo, ci hai messo solo quarant’anni per chiedere scusa, ma ormai è tardi, del resto sarebbe stato tardi anche quarant’anni fa”.

 Dal rubinetto gocce rumorose cadono nel lavandino di ceramica come macigni di una slavina, dall’orologio appeso alla parete di fianco alla stufa, il ticchettio costante si espande come una marea ineluttabile, dal piano di sopra rumori di corse, di botte, di piatti rotti e di insulti. Grida disperate si piegano alla ferocia di aride lacrime.

 “In quel tempo, in un'altra vita, mi sembrava giusto, dovevo proteggere il mio Paese, credevo di poter essere utile, di poter essere ricordato come un eroe, volevo che fosse così”.

 “E lo sei. Per il tuo Paese sei un eroe, hai raggiunto il tuo obiettivo, sei stato bravo e tenace. Hai tirato dritto per la tua strada spazzando via tutto ciò che si frapponeva tra te e la tua meta. Hai rubato, tradito, ucciso, mentito, ingannato, tutto per la vostra causa, per la tua causa.

 Purtroppo tra te e il tuo fanatismo si sono messe in mezzo persone, uomini, donne, bambini, un fastidioso  impiccio da travolgere e spazzare via. Come li chiamate voi? effetti collaterali, mi sembra”.

 L’uomo si china lentamente e afferra da terra il cucchiaino, poi lo appoggia delicatamente sul tavolo. Fuori, i rumori del traffico e dei clacson impazziti, sono un sottofondo dodecafonico che non ha la pretesa di penetrare i pensieri muti dei due. È ancora la donna che parla, la sua voce prende consistenza col passare dei minuti, i suoi occhi scuri gettano lampi di una vitalità tenuta a lungo sotto una cenere grigia come la sua esistenza.

 “Lo hai fatto anche con lui. Lo hai fatto portare via di notte, indossava ancora il suo pigiama a righe verdi e azzurre, quello che gli regalammo per un suo compleanno, ricordi ? Era terrorizzato. Stiamo parlando di tuo padre. Te lo ricordi? L’uomo che ti portava a vedere le partite di pallone, che ti teneva sulle spalle, che ti ha insegnato ad andare in bicicletta ?

 Lei se n’è andata poco dopo, non ha retto allo strazio, semplicemente una mattina non si è svegliata, credo sia morta sognandolo, il volto appoggiato sul cuscino aveva il sorriso beato di chi ha trovato quello che stava cercando”.

 “Ho saputo tutto, subito. Mi dispiace, vorrei poter tornare indietro ma non si può, è un peso che mi porto dentro da tutta la vita. Sono venuto a salutarti prima di lasciare questo schifo di mondo”.

 Il vecchio generale fa per alzarsi, ma improvvisamente il peso della costellazione di stelle sulle spalline e sul petto della divisa militare d’ordinanza sono un fardello che gli piega le ginocchia, è costretto ad uno sforzo ulteriore per riuscire a rimanere eretto, fiero e maestoso come un tempo, quando sfilava alla parate del regime, quando era osannato come un dio”.

 L’uomo si avvia verso la porta verde alla quale è appesa una piccola ghirlanda di fiori di plastica multicolori, apre la porta, si volta verso la donna rimasta seduta sulla sua sedia di paglia, con lo sguardo perso nel vuoto e le mani sul grembo.

 “Mi hai davvero avvelenato con il dolce preferito della mamma?”.

 “E come avrei potuto, sei pur sempre mio fratello”.

mercoledì 14 novembre 2012

I Miei Corti - H1N1

Un Corto un po' datato ma sempre attuale.


H1N1.

 
Eccolo che arriva, lo precede uno sbadiglio modello tricheco in amore che, girandosi mollemente su una spiaggia artica, si è schiacciato una palla su un sasso, superfluo dire che questo è uno dei suoi cavalli di battaglia. Come il solito indossa quell’orrendo pigiama a righe, irrimediabilmente sformato su ginocchia e gomiti dagli anni trascorsi insieme. Cammina trascinando i piedi infilati nelle ciabatte distrutte di quando ha fatto il militare, venticinque anni fa. Dice che ci si è affezionato. Passando davanti allo specchio della sala si contempla beato la pancia gonfia da birra, fiero come un pavone che fa la ruota, mentre è solo una brutta copia di un quadro surrealista. Lancia un ultimo sguardo all'immagine riflessa poi si dà una sonora rimescolata ai gioielli di famiglia e si riavvia fino alla cucina, dove si siede con una specie di rantolo malato. Mi guarda storcendo la bocca in un sorriso ebete, è ancora completamente impastato dalla notte appena trascorsa, ha russato così forte da creare un effetto Larsen con i caloriferi, dormendo lascia colare una bava biancastra sul cuscino, come una vecchia lumaca della valle Brembana. Ora è pronto per la colazione, che gli ho preparato con rassegnato amore. Nooo, la riconosco quella specie di smorfia di dolore, è l’attimo che precede la tempesta mortifera, mi alzo in fretta cercando di correre ad aprire la finestra; troppo tardi, un rombo alle mie spalle mi paralizza come una statua di sale, grosso. I fiori di plastica nel vaso sul tavolo hanno esalato un ultimo, disperato respiro e poi sono crollati esanimi, inneggiando alla morte del cigno. Dopo tanti anni di matrimonio ancora non mi capacito di come un uomo dalla corporatura, in fondo modesta, possa emettere scoregge di tale portata. Durante le riunioni di condominio, alle quali non partecipo più per vergogna, c’è sempre all’ordine del giorno la richiesta di insonorizzare il nostro appartamento, di aspergerlo con acqua santa e di tappezzarlo con arbre magique al pino. Una volta ci hanno mandato pure la protezione civile e i vigili del fuoco, è stato quando dopo avere mangiato un kilo di caponata gli è partito un botto tipo Baghdad 1990, si è propagato un odore così forte e persistente che i vicini pensavano fosse successa una disgrazia con morti e feriti inclusi. Quando i vigili, dopo aver suonato il campanello, se lo sono trovati alla porta, hanno capito subito che si trattava di un finto allarme ma di un reale, potenziale, problema chimico-fisico-batteriologico. Se ne sono andati salutandomi con commiserazione. Finisce il suo caffelatte, un filo di latte gli cola sul mento macchiandogli la canottiera già disgustosamente impataccata, sorride tronfio, secondo me perché viste le sue condizioni non gli sembra vero di risvegliarsi ogni mattina. Lascia trapelare un rutto che fa partire la cappa aspirante autonomamente, a volte la tecnologia, quando attaccata, corre ai ripari, un po’ come la natura. Si alza, si gratta la barba incolta di una settimana, mi si avvicina con l’eleganza di uno Yoghi ubriaco e mi da una manata sul culo. “ Ciao bella culona, faccio una scappata in cesso. Ricordati che oggi ho la partitina a carte al bar, mi fai la pasta con le sarde a mezzogiorno?”. Si incammina lento, dopo aver preso La Gazzetta dello sport dal tavolino, direzione bagno, lo chiama “il mio quarto d’ora di cultura”. E poi mi dicono che dovrei fare la vaccinazione contro la suina. Io, che non mi sono mai beccata neanche un raffreddore, eppure sono vent’anni anni che vivo con un maiale.

martedì 6 novembre 2012

Era il 1991 e volevo la bicicletta


Se ci penso, chi me l’ha fatto fare? Quante ore sono che pedalo?

Quella che poche ore prima si era preannunciata come una di quelle giornate indimenticabili, di quelle che si collocano direttamente nella bacheca delle leggende,  si sta rivelando come tale, ma non era esattamente a questo che pensavo quando mi sono seduto sul sellino di questa maledetta bicicletta.

L’idea malsana della vacanza in bici ci era venuta qualche giorno prima, seduti sotto un albero morente in un prato spelacchiato di un parco malmesso di Milano. Tracannavamo spuma per mandare giù dei canestrelli scaduti. Claudio sonnecchiava con la bolla al naso mentre Paolo rifletteva ad occhi chiusi da dieci minuti, rifletteva!  E quando tre uomini si trovano nella felice congiunzione astrale  della vita nella quale eravamo noi, nei nostri splendidi e lontani ventun'anni, anche la proposta della pedalata Milano-Genova, con finale in Corsica, non sembrava poi così stramba.
E invece...sto maledicendo la mia avventatezza sfrontata, sto per abbandonare questa valle di lacrime. Oddio, devo ammettere che il pranzo a Tortona ha giocato un ruolo importante per definire lo stato psico-fisico nel quale mi trovo, ma cosa devo dirvi, avevamo fame. Pasta al forno di primo seguito da cotoletta alla milanese e patatine fritte, annaffiate da un vinello della casa bastardo come il ghigno dell’omone che ce lo ha servito, non proprio la dieta del buon ciclista. Ecco perché adesso, su questa strada assolata di metà luglio, nella luce tremolante del caldo africano che precede un'insolazione, vedo davanti a me la signora in giallo che si accoppia selvaggiamente col dottor Spock, che dalla foga gli si sono pure arrotondate le orecchie e c'è mia madre che prende appunti. Sento il cuore che mi pulsa nelle gengive e rimpiango un’insalatina fresca con una barretta energetica e un boiler di acqua gelata.

Pedalo e non penso a niente, vedo le schiene dei miei amici sudate e curve sui manubri, le borse appese mollemente di fianco ai nostri scudieri di ferro, piene di cianfrusaglie per lo più inutili ma pesantissime. Il caldo è opprimente, le macchine ci sfrecciano vicine con rombi cattivi, gli occupanti ci guardano con sorrisi di compatimento, di quelli che si riservano a di chi ha vinto la medaglia di cartone alle olimpiadi. Quando sento che sto per svenire, con un ultimo refolo di fiato chiamo i miei amici : “ahahiaempf”. Non mi escono le parole, ho la gola arida, gli occhi secchi, i polmoni sgonfi, le gambe molli e il culo che…è come se non avessi più il sellino e credetemi, non è bello pedalare così. Percepisco che si sono fermati, mi aspettano. Uno di loro mi dice “dai attaccati, ti tiro io”. Penso che potrei sposarlo per questo.
Il passo del Turchino lo faccio a piedi, tiro la mia bici tenendola dal manubrio, lei mi osserva stranita, mi sento come Mosè che fugge dagli egiziani. Ma resisto. In qualche modo arriviamo a Genova, mi ricordo solo l’ultimo pezzo, una discesa che mi ha fatto piangere dalla commozione. Poi, non so come, mi trovo su una sdraio sul ponte del traghetto, scopro con un sorriso ebete che soffro pure il mal di mare, in effetti mancava la ciliegina sulla torta.

Quando mi sbarcano, come fossi un vecchio container arrugginito, strizzo il maglione comlpetamente bagnato che ho tenuto addosso duranta la traversata, apro gli occhi e vedo il mare, sento il profumo della macchia mediterranea, il cielo azzurro, le urla dei gabbiani, quattro ragazze sorridenti in bikini e penso che sì, ne valeva la pena. Poi una voce mi distoglie bruscamente dai miei pensieri: “Dai che dobbiamo arrivare a Calvì, dall’altra parte di questa montagna”.
E se non la volessi più la BICI?